il Gruppo Democrazia Solidale-Centro Democratico apprezza e condivide la Sua relazione, che ci pare realistica ma ispirata a un europeismo sincero, non reticente, non annacquato da tiepidezze.
Il punto principale è proprio questo: se si ha, oppure no, la consapevolezza che  l’Europa costituisce l’opzione storica irrinunciabile per il nostro Paese. Tutto il resto viene dopo.
Questa chiarezza è necessaria di fronte al gelido vento di egoismo nazionalista e sovranista, foriero di scenari foschi e pericolosi, come la storia insegna e che non si contrasta lisciando il pelo a chi lo alimenta, ma proponendo con coraggio una opposta visione culturale e politica, anche a costo di apparire contro la moda del momento.
Vale anche per l’opzione europeista ciò che oggi, sul Corriere della Sera, ha scritto Angelo Panebianco a proposito dell’egemonia culturale che si sta diffondendo contro la democrazia rappresentativa.
Nonostante gli errori dell’ultimo periodo, la fragilità del suo attuale assetto, la inadeguatezza delle sue politiche e lo smarrimento etico del quale ha egregiamente parlato Papa Francesco, noi non possiamo non ricordare ai cittadini che negli ultimi sessant’anni l’opzione europeista ha garantito a tutti i Paesi europei un periodo di pace, di sviluppo e di diritti sociali che mai nella loro storia essi avevano conosciuto. E non era affatto scontato.
Ora a serve una ripartenza, che il passaggio simbolico di Roma, il prossimo 25 marzo, può in parte indicare, proprio attorno alle tre prospettive che Lei ha richiamato.
Una Europa più consapevole del suo ruolo internazionale; più determinata sul piano dello sviluppo e dei diritti sociali, in particolare delle nuove generazioni; più protagonista nella gestione responsabile, solidale ed efficiente dei flussi migratori.
Ciò esige una nuova fase anche sul piano istituzionale.
Lei ha richiamato la prospettiva di una Europa che dopo Brexit e per evitare altre divisioni, punti all’idea delle diverse – non già due – velocità.
Sappiamo che ciò è già previsto nei Trattati e in parte è già una realtà.
È una scelta realistica e opportuna, che incoraggiamo, poiché l’alternativa sarebbe un deleterio immobilismo.
Ma dobbiamo anche dire che per l’Italia questo rappresenta – assieme –  una opportunita’ ed una grande sfida.
A quale velocità di integrazione europea l’Italia è disposta a viaggiare?
L’Europa a diverse velocità non è una congettura che assolva i Paese dai loro doveri verso se stessi e verso gli altri.
Non è un treno sul quale si può decidere in quale classe viaggiare in ragione della serietà con la quale si intendono affrontare i nodi strutturali della propria organizzazione finanziaria, sociale o istituzionale, che rimangono ineludibili in ogni caso.
Lei ha fatto bene a ricordare che il nostro Paese rimane impegnato sulla strada delle riforme.
E benissimo ha fatto a lanciare la prospettiva di una agenda che il Governo, col sostegno del Parlamento, si sente impegnato a seguire fino alla scadenza naturale di questa legislatura.
Signor Presidente del Consiglio,
accade talvolta che un Governo nato col crisma della transitorietà, finisca con l’assumere un ruolo molto più rilevante verso il Paese.
A Lei, al Suo Governo e alla sua maggioranza toccano questo ruolo e dunque questa responsabilità.
La comunità rischia di frammentarsi in un disagio diffuso e profondo; in partiti vivono una crisi non di poco conto; tutti piantano bandiere e bandierine per marcare un territorio, ciascuno sentendosi un tassello fondamentale del mosaico.
Peccato che la trama di questo mosaico sia ancora del tutto fumosa e che quasi nessuno si occupi di immaginarla, discuterla con la comunita’ e definirla.
Per recuperare questo oggettivo smarrimento, molto dipende dalla determinazione del Suo impegno, dal lavoro del Suo Governo e dalla leale coerenza della maggioranza che lo dovrà sostenere fino alla fine della legislatura.
Presentandosi alle Camere per la fiducia, Lei ha lealmente e giustamente rivendicato continuita’ politica rispetto al Governo Renzi, ma ha anche annunciato una discontinuità nel modo del rapporto con la comunità.
Ecco: c’è bisogno oggi di una attitudine che definirei “degasperiana”,  orientata allo spirito ricostruttivo, all’inclusione, al compromesso nobile che non è affatto mancanza di visione e di determinazione.
C’è bisogno di un riformismo che il popolo percepisca non come minaccioso, ma come un sentiero – magari anche stretto e in salita – e tuttavia credibilmente e misurabilmente mirato a garantire alle generazioni future le stesse opportunità che le grandi culture politiche democratiche hanno garantito in questi sessant’anni ai ceti medi e popolari di tutta Europa.
Personalmente sono convinto che solo sulla base del successo di questa Agenda e di questa sfida coraggiosa potrà essere costruita anche una coalizione democratica, popolare, europeista e riformatrice, capace di sconfiggere, nel 2018,  le suggestioni sovraniste e populiste, che di cui anche oggi abbiamo avuto una allucinante e inquietante idea nell’intervento dell’on. Di Maio, volto “governativo” del M5S: per carità, c’è da temere per il futuro del Paese.
Il collega Di Maio ha parlato della imminente fine dell’impero. Ma i grillini non sono i barbari, che nella storia hanno portato innovazione nell’impero che conquistavano. Loro sono i figli della crisi intima dell’impero, lo vogliono ereditare, non innovare, perché tra l’altro non ne sarebbero capaci. Loro sono la febbre di un corpo malato, non la medicina.
Noi tutti dobbiamo impegnarci per battere questa deriva; e lo dobbiamo fare non già sulla base di una chiamata a raccolta dell’establishment, ma in forza di un appello credibile e convincente alle forze vive e positive del Paese e con il lavoro di questo Governo e di quelli che l’hanno preceduto.