Il 26 marzo di dieci anni fa, dopo un lungo periodo di malattia, moriva Beniamino Andreatta. Ricordarlo oggi suscita un senso quasi di smarrimento, per la siderale distanza che si percepisce tra la la sua testimonianza e lo spessore della politica in questo nostro tempo. Parliamo di contenuti, di programmi, di profilo etico, di competenza. Parliamo sopratutto della propensione alla verità nel rapporto con i cittadini. Il populismo è figlio della cattiva politica, così come i mostri, nel dipinto di Goya, sono generati dal sonno della ragione.
Siamo sicuri che se oggi potessimo ancora avere il suo contributo, ci aiuterebbe a tenere la barra dritta, a non cedere alle lusinghe del “populismo mite”, a ricercare un consenso non dissociato dall’onestà intellettuale. Ci aiuterebbe a non demolire il futuro del Paese per la suggestione di un consenso di breve momento. In secondo luogo, ricordare Andreatta significa anche misurare gli effetti drammatici di un altro “sonno”: quello delle culture politiche cattolico-popolare e liberal-democratica. Egli ne era una credibile sintesi vivente. Mai come oggi si notano gli effetti devastanti della diaspora di queste culture, che da Degasperi ed Einaudi in poi sono state l’architrave della crescita civile, democratica ed economica dell’Italia, oltre che uno dei pilastri del progetto europeista. Oggi tutto sembra dipanarsi su spartiti più “nuovi”, come si usa dire “post”. Ma la realtà si incarica di dimostrare che senza una infrastruttura ideale e culturale ogni successo politico diventa effimero e la missione del “governo” perde il suo requisito di guida autorevole della comunità per deragliare nel “comando” oppure nella rincorsa dei desideri individualistici o corporativi. Abbiamo proposto per domani alle ore 16, presso Villa Sant’Ignazio a Trento, un momento di riflessione comune su questa straordinaria figura. Ci sembrava doveroso, in quanto parlamentari che si riconoscono nello stesso filone culturale. Ma ci sembrava utile anche per il futuro del Trentino. Andreatta diede un contributo fondamentale alla costruzione del progetto autonomistico interpretato dal Presidente Kessler. E lo diede sempre con un’ottica non “localista”, ma orientata a cogliere i nessi strutturali e imprescindibili tra Trento e Bolzano nonché tra le nostre due Province Autonome e il resto dell’Europa. Aveva della nostra Autonomia una idea esigente, alta, europea. Ricordarlo, a dieci anni dalla scomparsa, può offrire forse qualche indicazione per ritrovare, anche nelle nostre contrade, una bussola che sembra oggi smarrita.