Voglio segnalare l’intervento svolto in Aula alla Camera dall’on. Gianni Melilla, del Gruppo “Articolo Uno-Movimento democratici e progressisti” a proposito della questione vitalizi dei parlamentari.
Il collega ha spiegato con chiarezza come stanno le cose. Ovviamente sui mezzi di informazione passano solo le sparate infondate dei grillini e non le ricostruzioni corrette e veritiere. Per questo mi pare giusto diffondere questo intervento.

INTERVENTO DELL’ON. GIANNI MELILLA
CAMERA 23 marzo 2017
Sui vitalizi vorrei spiegare – non tanto a chi fa della menzogna un metodo di lotta politica violenta, ma all’opinione pubblica, vittima di una campagna sistematica di odio e disprezzo per i parlamentari – che i vecchi vitalizi non ci sono più. Dal 2012, le pensioni dei parlamentari sono calcolate con il metodo contributivo come per tutti i lavoratori italiani. Oggi, per avere la pensione, un deputato versa 918 euro al mese per cinque anni, pari a 55.080 euro. Un lavoratore con uno stipendio medio di 1.200 euro al mese versa, ogni mese, 110 euro, che in quarant’anni sviluppano 52.876 euro; non vale quanti anni si versa, ma quanto si versa. L’accusa che il parlamentare va in pensione con cinque anni di contributi è una fesseria. Il sistema contributivo consiste proprio in questo: dare una pensione che si calcola con un algoritmo di quanto si è versato.

Voglio essere estremamente tecnico, la somma versata va a costituire una sorta di capitale individuale detto montante, che per determinare l’ammontare del trattamento pensionistico all’atto della cessazione dal lavoro sarà moltiplicato per appositi coefficienti di trasformazione, correlati all’età e all’aspettativa di vita del lavoratore e soggetti a revisione periodica. Il coefficiente di trasformazione, e questo è il punto, è tanto più basso quanto più bassa è l’età di pensionamento e viene aggiornato periodicamente in base alla crescita dell’aspettativa di vita. Se l’aspettativa di vita cresce, il coefficiente si riduce; tanto più basso è il coefficiente, tanto più limitato sarà il rendimento annuo che deriva per ciascuno, dal proprio montante contributivo e, quindi, tanto minore sarà l’importo della pensione. Dunque, non ha senso dire: 65 o 66 anni e sei mesi, perché la pensione diminuisce in relazione all’età in cui parte il pensionamento. Spero che i giornalisti, soprattutto quelli più sprezzanti nei confronti dei parlamentari, approfondiscano la materia perché questa casa ha radici solide ma se viene bombardata può anche crollare.