FullSizeRender2SABATO 6 MAGGIO 2017
ROMA, Sala Benedetto XIII, via di San Gallicano

Immagino che qualche osservatore dirà: si, bei discorsi, ma non avete parlato di “politica”, nel senso che oggi si attribuisce a questo termine. Non avete parlato pro Renzi o contro Renzi, di legge elettorale, di equilibri, di durata della legislatura; come pensate così di finire sui giornali, di entrare nel mercato politico?
Noi ci ostiniamo a pensarla diversamente. Non abbiamo voglia di adeguarci all’andazzo prevalente, che riteniamo sia una parte del problema e non la soluzione.
Di cosa abbiamo parlato stamattina, se non di politica?
Abbiamo voluto partire dall’Europa e non perché essa costituisce “uno dei temi” di cui non si può non parlare ma perché è il paradigma fondante di ogni prospettiva politica presente e futura.
Per questo ringrazio molto tutti i presenti. E ringrazio in modo particolare i nostri due relatori.
Andrea Riccardi, nostro “patriarca” e guida morale e Paolo Gentiloni, nostro Presidente del Consiglio, chiamato in questa fase a mettere a disposizione del Paese il suo equilibrio e la sua autorevolezza.
Da loro sono venute stamattina analisi di grande qualità e parole di grande lungimiranza. Grazie di cuore, Andrea e Paolo.
Ho avvertito una sintonia molto forte con il pensiero che ci ha lasciato un grande europeista come Beniamino Andreatta e che un libro recentemente pubblicato dall’Arel ha sintetizzato in quattro belle immagini.
L’Europa nostro Paese: le radici comuni, condivise da Atene in poi, rafforzate dalla cultura cristiana in fecondo dialogo con le altre sensibilità religiose e laiche, sono più forti delle divisioni prodotte dalle vicende storiche, anche travagliate.
L’Europa nostra ricchezza: era vero nell’immediato dopoguerra, era vero al tempo del primo mercato comune e delle prime misure di allineamento delle politiche monetarie, e’ vero ancor di più oggi, nel tempo della competizione globale che rende fragili ed esposti a rischi tremendi anche i sistemi nazionali più solidi. Le politiche di rigore degli ultimi anni hanno impoverito i ceti medi e popolari, e’ vero ed è giusta la battaglia per rimettere al centro dell’azione europea gli obbiettivi prioritari di coesione sociale; ma fuori dalla solidarietà e dalla moneta europea rimarrebbe solo una strada di declino inesorabile e di proporzioni inaudite.
L’Europa nostra difesa: la Comunità di Difesa fortemente voluta da Degasperi e invece stroncata nel 52 dai francesi rimane un obiettivo oggi ancora più importante. Non c’è sicurezza senza integrazione europea anche su questo piano.
Infine, l’Europa nostro futuro: nostra ancora di salvezza di fronte al mutamento radicale e a tutt’oggi largamente imprevedibile dei paradigmi sociali, economici e strategici a livello mondiale. E anche di fronte ai mutamenti antropologici che richiedono un surplus di cultura ancorata ai valori fondanti dell’Europa.
Come hanno detto Riccardi e Gentiloni, parlare di Europa vuol dire dunque parlare del futuro della democrazia, oggi spiazzata da più punti di vista e delle prospettive stesse del nostro Paese. Per questo noi non riteniamo che si possa sognare una Europa diversa e migliore demolendo nel frattempo l’Europa che c’è.
Essa va migliorata, a partire dalla responsabilità di ognuno, ma non additata al popolo come un nemico dal quale difendersi o come un capro espiatorio a fronte di limiti e contraddizioni delle politiche nazionali.
Abbiamo condiviso in Parlamento le posizioni che il nostro Governo ha portato in sede europea e che il Presidente Gentiloni ha richiamato alla Camera la scorsa settimana in vista del Consiglio Europeo dedicato alla Brexit.
Siamo consapevoli che non ci saranno comode scorciatoie: anzi, dopo la tornata elettorale di quest’anno, pensiamo che l’asse storico tra Parigi e Berlino rilancerà la prospettiva di una integrazione più forte e marcata.
L’Italia dunque dovrà impegnarsi molto, con le sue idee e le sue aspettative, per non far crescere un divario con l’Europa che sarebbe esiziale per il suo futuro.
Per questo, non possiamo dismettere il sentiero delle riforme, del rilancio, della ricostruzione del sistema istituzionale, economico e civile del Paese.
Su questo sentiero, pur con le sue contraddizioni anche gravi, l’Europa deve essere proposta ai cittadini come una nostra alleata.
Ma come potrà il nostro Paese affrontare questa prospettiva impegnativa e decisiva, che richiede uno straordinario carico di affidabilità e di fiducia, se dovesse prevalere l’onda dei populisti o se la prossima legislatura dovesse sfilacciarsi in uno stallo permanente di litigiosità e di ingovernabilità?
Non è solo questione di regole elettorali: esse sono importanti, certo. E noi siamo per sistemi elettorali che aiutino il formarsi di solide maggioranze presentate difronte agli elettori prima del voto, anche se ci pare che siamo ormai tra i pochi a vederla così.
E’ necessario uno sforzo di onestà intellettuale e politica sulla materia elettorale, affinché ogni gruppo parlamentare ponga sul tavolo le proprie carte, quelle vere.
Serve uno sforzo sincero di dialogo: non possiamo dimenticare che il pasticci attuale deriva da una forzatura compiuta sull’Italicum; cosa che ha poi anche in parte compromesso il successivo percorso di riforma costituzionale.
Il tempo per fare una buona riforma elettorale c’è tutto: finiamola con questa ipocrisia delle calendarizzazioni d’urgenza, poi puntualmente smentite.
Ma a noi pare che ci sia anche altro. Il punto è che sembra venuta meno la cultura coalizionale, che non si traduce solo nella alchimia di regole elettorali: è invece frutto di una visione della politica.
E’ attitudine al dialogo; alla reciproca comprensione; alla valorizzazione armonica delle diversità e della ricchezza plurale, dentro e tra i partiti e i movimenti.
E’ cultura del governo e non del comando. E’ consapevolezza che i rapporti di forza non possono essere il “tutto” della politica, che c’è anche il valore della guida paziente e inclusiva dei processi, secondo quello spirito moroteo che oggi scarseggia in maniera preoccupante.
Senza questa cultura, la politica fatica a guidare il Paese sul sentiero delle vere Riforme, come abbiamo visto. E sopratutto fatica a costruire un consenso stabile e partecipe e a stimolare nella stessa società i doverosi atteggiamenti di assunzione delle responsabilità, armonizzando diritti e doveri in base al principio del bene comune.
Mi pare di poter concludere questa mattinata raccogliendo – per quanto riguarda il nostro impegno – due “valori” importanti per l’Italia, che vogliamo concorrere a custodire.
Il primo valore e’ costituito dal Governo Gentiloni e dal suo Presidente, con le continuita’ e le discontinuità che egli esprime nella parte finale di questa travagliata legislatura.
Si tratta di un valore perché, in un passaggio come questo, il Paese ha bisogno di un presidio stabile, autorevole, sincero e rassicurante al tempo stesso, delle sue istituzioni repubblicane.
Sergio Mattarella e Paolo Gentiloni – nei loro rispettivi diversi ruoli – sono punti di riferimento del sistema Paese, capaci di trasmettere autorevolezza e serietà; senso di unità e fiducia.
Speriamo che tutti siano pienamente consapevoli di questo valore e del fatto che l’interesse generale dell’Italia comporta che questo valore non venga messo a repentaglio per finalità di parte.
Bisogna piantarla con il logorio del fuoco amico e le quotidiane congetture sulla durata della legislatura.
Ci sono rilevanti scadenze che attendono il Governo e la sua maggioranza: in primis la manovra finanziaria per il 2018, passaggio che non può essere aggirato con furbizia, ma affrontato con coraggio e verità, come sfida positiva e concreta, contro i disegni sfascisti e demagogici che porterebbero l’Italia alla deriva.
Per assicurare alla nuova legislatura un terreno serio e costruttivo non serve solamente una legge elettorale razionale e coerente. Serve anche un quadro di politica economica e sociale credibile, robusto e di prospettiva, che il Governo Gentiloni deve essere messo in condizione di negoziare con Bruxelles, di discutere con le parti sociali, di comunicare alla comunità finanziaria internazionale e di far approvare dal Parlamento.
E serve anche un tempo ragionevole per costruire progetti politici che siano all’altezza delle sfide che attendono il Paese.
Diversamente dalla Francia, l’Italia non ha un sistema presidenziale; il popolo non elegge direttamente il Presidente della Repubblica.
Dunque, questa ricerca del “Macron de noantri” rischia di essere piuttosto inutile, oltre che un po’ patetica.
Dovremmo aver capito ormai che, certo, anche all’Italia serve una leadership forte e autorevole – non autoritaria – ma che deve essere una leadership meno personale e più coinvolgente. E – sopratutto – deve essere accompagnata da un progetto durevole, partecipato, inclusivo e deve tradursi in una infrastruttura politica altrettanto forte, radicata e partecipata.
A fronte della crisi dei partiti tradizionali, essa può nascere solo dal ripensamento dell’idea coalizionale, oppure dalla radicale trasformazione della “forma partito”.
Ad oggi, purtroppo, non ci pare che si stia pensando e lavorando ne’ sulla prima ne’ sulla seconda ipotesi.
Il secondo “valore” che intendiamo custodire con il nostro impegno e’ rappresentato dal messaggio di Andrea Riccardi, che anche oggi ci ha proposto un Manifesto ispirato a pensieri lunghi, quelli che servono alla politica oggi.
Noi siamo convinti che la politica senza la sua cultura degrada nel pragmatismo e dunque riesce semmai a colpire le aspirazioni individuali di breve momento ma non a dare la cifra di un progetto di comunità. La crisi delle democrazie – in fondo – non è solo crisi di efficienza, ma sopratutto crisi di senso e di spirito comunitario. Potremmo dire, crisi di visione.
Traspare, da quanto Andrea ci ha proposto anche oggi, il profilo di una filigrana.
Sottile – perché la portata dei cambiamenti e’ forte e quanto accaduto in Italia dagli anni novanta in poi ha inciso in profondità – ma comunque rintracciabile.
E’ la filigrana di un possibile nuovo pensiero politico che si muove sul terreno della laicita’ ma non rinuncia ad interpretare, con la coerenza possibile, la forza dirompente, innovatrice, inquietante del messaggio cristiano.
È tempo di ricostruire questo pensiero, non come pura copertura di operazioni di bottega elettorale, ma come sforzo per rifondare i valori di una democrazia che sia alimentata da un nuovo umanesimo e sia capace di ripartire dalle periferie geografiche, esistenziali, sociali. E di riannodare il filo che lega le istituzioni e la comunità dei cittadini con un vincolo di solidarietà.
Noi, questo secondo “valore” lo assumiamo come nostra vocazione peculiare. Non certo da soli – non siamo così presuntuosi – ma non intendiamo rinunciare a portare alla politica e alla comunità il contributo riconoscibile di questa sensibilità.
E da domani – nel mentre continueremo a sostenere in Parlamento, con convinzione e lealtà, il Governo Gentiloni – incominceremo anche il nostro percorso per valutare, con realismo ma senza rinunce, come potremo rappresentare questo nostro punto di vista nelle prossime difficili scadenze della vita democratica del Paese.
Grazie a tutti.IMG_03624 FullSizeRender3 FullSizeRender FullSizeRender1 FullSizeRender